martedì 26 marzo 2019

Voglio dirlo lo stesso

Non ho niente da dire. Ma voglio dirlo lo stesso. Una frase che mi torna ogni tanto in mente, tratta pari pari da uno dei miei film preferiti, "8 1/2" di Federico Fellini. Anche Ennio Flaiano, che poi è il coautore di "8 1/2" scrisse una cosa del genere, che in effetti esprime un concetto facilmente condivisibile. Spesso non si ha davvero niente da dire, eppure è impossibile consegnarsi al mutismo, ecco perché c'è sempre qualcosa che si deve pur dire, un qualcosa che - almeno io che sto scrivendo questo post - voglio dire lo stesso. Per l'appunto.

E' così difficile, almeno per me, trovare la forza di mettersi a scrivere. Scrivere che, come in questo caso, una volta che mi ci metto, mi viene piuttosto naturale, in effetti. E' però il tema che manca, scrivere di che cosa, insomma. Tante volte penso che, prima di tradurre i propri pensieri in una forma che sia un libro o anche un film o perché no anche un disco, bisognerebbe partire da un concetto. Un tema che sia qualcosa di universalmente sentito da tutti noi uomini e donne. Magari proprio uno di quegli immortali miti greci che, più o meno inconsapevolmente, sono stati riscritti e tradotti e trasmutati in tutti i miti delle epoche successive, fino alla più recente. Il cinema dei supereroi, tanto per fare un esempio, chissà quanto deve alla mitologia greca. Della quale, sia beninteso, io so poco o nulla. Leggo in continuazione, leggo di tutto, da una vita, ma se c'è una cosa che mi manca è proprio una cultura classica, ecco. Mi piace conoscere i miti originali che hanno ispirato le mie opere preferite; come "Poema a fumetti" di Dino Buzzati, ad esempio, che si rifà al mito di Orfeo e Euridice. Anche uno dei miei cantanti preferiti, David Sylvian, si è rifatto a quel mito in almeno un paio di sue canzoni degli anni Ottanta. Da qui però a mettermi a leggere di Orfeo e Euridice ce ne passa. La mia innata curiosità non si spinge a tanto. Almeno per ora. In fondo tutto è possibile, tutto è così dannatamente mutevole. Chissà, magari tra vent'anni sarò un'autorità mondiale in fatto di mitologia greca.

Matteo, 26 marzo 2019

giovedì 7 marzo 2019

Un modo per iniziare

Ho compiuto quarant'anni lo scorso giugno. Tutto preso dalla seconda gravidanza di mia moglie, non mi ero reso ben conto d'un tale fatidico compimento. Ora, con un bel bambino e soprattutto in salute che occupa (anche) i miei pensieri, ho finalmente compreso un fatto incontrovertibile: sono entrato negli anta, sono diventato un uomo di mezza età.
Non è facile scendere a patti con questa verità, ed è quello che mi aspettavo in effetti, tale difficoltà emotiva, intendo. Entro però negli anta anche con un certo sollievo; mi sono sbarazzato della gioventù, se non altro, con tutti i suoi imperativi categorici come il piacere a tutti i costi, il mostrarsi interessati alle novità e alle ultime tendenze, e cose che almeno per quanto mi riguardano avevano senso finché si è appunto giovani. In futuro, semmai, saranno i miei figli a tenermi aggiornato, per cui una certa curiosità giovanile  - che, dicono,  contribuisce a mantenere il cervello attivo e quindi a contrastarne il naturale processo d'invecchiamento - posso darla in appalto a loro. Insomma, i miei millennials mi salveranno!

E inoltre - oh, qual sollievo! - posso ben dire che ci sono cose che non mi va più di fare. Come il mostrarsi sempre entusiasti, sempre ottimisti, il fingere di sentirsi perfettamente in forma, il partecipare alle feste, alle cene con i compagni di classe, magari anche alle varie ricorrenze aziendali, quali appunto cene natalizie e cose simili. Per il resto, che dire... soffro un po' del fatto che mi sento dare molto più spesso del lei invece che del semplice tu (quando sono dei ragazzi di venti trent'anni che mi danno del lei mi sento subito a disagio, ecco) e che vengo salutato dai vari buongiorno/buonasera in luogo del mio amato ciao. Vabbè, forse ci farò l'abitudine. Per fortuna - o purtroppo, dipende dai punti di vista - ci si abitua a tutto. 
Matteo, 26 novembre 2018 - 7 marzo 2019